OTTAVIO ZANETTI
Nato a San Giovanni Lupatoto il 5 gennaio 1890 compì con profitto gli studi ginnasiali ma fu costretto dalle ristrettezze economiche a impiegarsi in municipio. Sostenne gli esami di licenza liceale come privatista al Maffei.
Partecipò alla Prima Guerra come ufficiale di fanteria e poi come aviatore.
Ottenuta la laurea in legge, si dedicò alla libera professione che esercitò senza ansie di lucro, con competenza, nobiltà e rettitudine.
Fu il primo sindaco di San Giovanni subito dopo la Liberazione, dal 25 maggio al 28 ottobre 1945.
I suoi primi componimenti poetici, in lingua e in vernacolo, risalgono agli anni della giovinezza e rimasero noti a una ristretta cerchia di amici. Solo negli ultimi anni della sua vita si conobbe questa sua attività poetica; infatti nel 1952 vinceva a Bardolino il premio "Il Grappolo d'Oro".
Morì il 7 novembre 1953.
(Da "Storia di San Giovanni Lupatoto" di Giuseppe Lavorenti)
OTTAVIO ZANETTI: LA POETICA
A cura di Francesca Zerman
PREMESSA
Ottavio Zanetti (si diploma al Maffei nel 1913) compose fin dai tempi della giovinezza. Ma per sé e per una stretta cerchia di amici. Soltanto in età matura rese nota la sua "produzione" poetica: nel 1952, a due anni dalla morte, partecipò e vinse il concorso indetto dal Comune di Bardolino "Il Grappolo d'Oro".
Fu più una partenza che un traguardo: il poeta vinse le sue reticenze e si manifestò pubblicamente. Finalmente uscì da quel guscio artistico che la sua infinita umiltà gli aveva costruito intorno e nel quale era cresciuto poeticamente. Non ne uscì implume. Era un poeta formato e maturo. Acclamato ed apprezzato immediatamente da tutti. I più non avevano vissuto in diretta la sua genesi artistica: quella fu tutta un percorso privato. Quando finalmente, per certi versi troppo tardi, i contemporanei hanno la possibilità di conoscere le sue poesie hanno davanti un poeta completo.
Accetta di affidare alcuni suoi componimenti alla "Collana di poesia" edita da "Vita Veronese", la stessa che poi raccoglierà una breve raccolta dei suoi versi, "LA CAMPANA DE SORIO".
LA POETICA
Quella di Ottavio Zanetti è una poetica comprensibile poiché sottende e rielabora una dimensione profondamente umana e naturale.
La natura nelle sue molteplici e contraddittorie manifestazioni, l'animo umano e le sue ambivalenze, gli eventi del quotidiano che ritmano la vita in un paese di provincia sono alcuni dei temi ispiratori del poeta.
La genesi creativa del Zanetti muove da un nucleo centrale che corrisponde, di componimento in componimento, ad un soggetto preciso, naturale, umano, paesaggistico, folcloristico e da esso si espande come in una spirale di conchiglia: ogni strofa si realizza nella seguente che, a sua volta, nella precedente trova la sua origine, in uno sviluppo di ampio respiro che si snoda in strofe di diversa struttura (quartine nella nota "CAMPANA DE SORIO", sestine in "PENDRI", terzine ne "EL MORTIN", strofe più lunghe in altri componimenti).
Le citazioni mitologiche e i riferimenti alla letteratura greca e latina [ad esempio il mito di Progne e Filomele (EL ROSSIGNOL), il passero di Lesbia, la donna del poeta Catullo (FORTUNALE SUL GARDA)] evidenziano la cultura classica del Zanetti.
METRICA
E' piuttosto complesso, pertanto, incasellare, dal punto di vista metrico, le poesie dello Zanetti in modelli poetici definiti: è difficile individuare quale schema metrico egli segua.
Da un'analisi attenta direi che si potrebbero definire con una certa elasticità, trattandosi di poesia popolare, CANTI, secondo l'accezione con la quale ci si riferisce ai componimenti leopardiani, per intenderci: componimenti lunghi, formati da stanze di diversa estensione (le strofe). Il metro dei versi varia però; non sono tutti versi endecasillabi; si contano decasillabi e dodecasillabi ma anche settenari.
Questa organizzazione metrica, un po' barbara ad un orecchio esperto, non pregiudica, però, il ritmo e la musicalità dell'insieme. La rima ora alternata (in uno schema ABAB) ora incrociata (in uno schema ABBA), che Zanetti preferisce, batte precisa e sicura regalando sonorità sempre nuove e inaspettate.
Come sa fare solo il poeta nel suo immaginario "laboratorio", egli lavora con le parole, le parole del nostro dialetto: quella dello Zanetti è un'officina ricca di lemmi e di immagini, di onomatopee secondarie e di sostantivi. Lui sceglie e accosta le parole del quotidiano per ottenere immagini straordinariamente usuali e al tempo stesso evocative.
Il dialetto si presta ad essere trasformato in alcune figure retoriche, in particolare metafore e similitudini, che disegnano scene descrittive e colorite, descrivono con singolare concretezza persone, animali, paesaggi. Il dialetto permette al Zanetti di rendere materica la parola: i versi si toccano.
Seguendo un percorso tematico si è pensato di dividere i componimenti in tre gruppi:
L'INEFFABILITA' DELLA VITA UMANA
LA NATURA
IL FOLKLORE E LE TRADIZIONI
L'INEFFABILITA' DELLA VITA UMANA
Appartengono a questo gruppo tre poesie di profonda riflessione sulla caducità e sull'ineffabilità della vita umana. La rassegnazione è, forse, lo stato d'animo che conduce tutti e tre i componimenti.
Nella nota LA CAMPANA DE SORIO il poeta affronta il tema dell'impossibilità di modificare il corso degli eventi tragici, spesso superiori, che talvolta travolgono la vita di un uomo: il mugnaio che assiste impotente alla sua rovina durante la piena dell'Adige concentra in sé tutta la disperazione di chi nulla può di fronte alla violenza della Natura. La campanella è metafora di solitudine, di tragedia prima, di consuetudine e di compassione poi. Il componimento è pervaso di una rassegnazione disperata.
Il canto introduce una dettagliata descrizione del sito: Sorio. La stradina, i pini, la chiesetta, la campanella senza campanile, la corte. Poi la situazione meteorologica calma prima della notte. Ma quella notte la situazione era diversa: seguiva tre giorni di burrasca che aveva gonfiato l'Adige. L'Adige indomabile e imprevedibile protagonista è personificato nella parte centrale della poesia. La distruzione del mulino: simbolo di sicurezza e di pane sicuro. Poi di nuovo la pace e la campanella che ritrova il proprio ruolo.
Il canto si compone di 44 strofe, in gran parte quartine (solo 5 distici); la rima varia, ora alternata, ora incrociata, e diventa ancella dell'azione: il centro del canto è serrato per rendere l'impetuosità del fiume che corre arrabbiato e tutto travolge. Dalla quinta strofa il ritmo si placa col placarsi dell'Adige.
PENDRI è il segmento di un gioco molto diffuso al tempo – le pice -. Lo descrive magistralmente, il poeta, con quattro versi precisi e molto esplicativi e Bepi Nigossa, figlio del pescatore, apprendista muratore, vessato dal padrone, per antonomasia diventa el Pendri. Lui pendri lo fa sulla testa calva del padrone. La vicenda accade per caso: lo sottolinea il poeta con un sentimento di rassegnazione che torna a caratterizzare anche questo canto.
Sono 15 sestine: i primi quattro versi a rima alternata (ABAB), il distico a rima baciata (CC)
La rassegnazione domina anche nella tristissima EL MORTIN: 21 terzine drammatiche che recitano la tragedia della morte di un bambino, il dolore muto di una madre pietrificata, quello inconsolabile di un padre e la tenerezza di una nonna. Piange tutto in questa poesia: gli uomini, i bambini, il cielo, i fiori e le candele. E' un pianto che diventa universale quando anche il cielo piove accompagnato dal tocco della campana.
LA NATURA
Costituiscono questa raccolta quattro laudi alla Natura che si coniuga in meravigliose ed inaspettate forme. Il poeta è rapito dalle manifestazioni naturali. Più che nelle altre, in queste poesie il Zanetti, fa riaffiorare il fanciullino che vive dentro di lui (per dirla con Pascoli) e si stupisce di fronte ad un mandorlo in fiore, al canto di un usignolo, ai colori del cielo dopo un temporale…
EL ROSSIGNOL è un complesso componimento in cui si svela la consolidata cultura classica di Zanetti. Ci racconta in versi l'origine mitologica di questo uccellino dal soave canto.
Racconta un mito greco: Filomela, figlia di Pandione, re di Atene, era desiderosa di vedere la sorella Progne, che era in Tracia, sposa di Tereo, re di quel paese, dal quale aveva avuto un figlio, Iti. Tereo si recò ad Atene a prendere la cognata per accompagnarla da Progne e se ne invaghì. La condusse in un luogo appartato e la prese con la violenza e, per impedirle di raccontare l'accaduto alla sorella, le tagliò la lingua e la abbandonò al suo destino in uno dei propri castelli. Filomela riuscì, comunque, ad informare Progne, mandandole una tela nel cui ricamo le raccontava tutto. Quando Progne apprese il misfatto del marito, corse a liberare la sorella e, d'accordo con lei, ucciso il figlioletto Iti, lo cucinò per il marito in un orrendo banchetto alla fine del quale presentò la testa del figlio a Tereo e si diede alla fuga con Filomela. Tereo rincorse le due donne ma, quando stava per raggiungerle, gli dei trasformarono lui in upupa, Progne in rondine e Filomela in usignolo.
Ne LA LODOLA, dopo un'ampia e magistrale descrizione di un temporale estivo e del suo poi, che ci riporta al noto canto leopardiano "La quiete dopo la tempesta", si rivolge all'allodola invitandola a godere della buona stagione e della ritrovata pace dopo il temporale prima dell'arrivo dell'autunno, e con esso, della caccia.
Anche in PASSIA' le citazioni storiche non mancano con precisi riferimenti ai re persiani e alle guerre del VI secolo a.C. Il testo è tutta una personificazione: il cane Passià parla addirittura ed è pennellato con versi di una tenerezza disarmante.
EL MANDOLAR sono sei strofe di vario metro che ci regalano un'esplosione di vita in una primavera che, come quest'anno, stenta ad arrivare. Anche qui il poeta ricorre alla figura retorica della personificazione per presentarci la stagione.
IN ALTO è una fotografia straordinaria ed attualissima di uno scorcio del Lago di Garda. Il poeta dall'alto, appunto, zooma, come con una telecamera, sul panorama attraverso il cielo, l'acqua e la terra; dal generale al particolare come succede in qualche film moderno o nei cartoni animati: inquadra nuvole, barche, formiche. Ancora la personificazione di sole ed acqua che amoreggiano.
IL FOLKLORE E LE TRADIZIONI
Zanetti ferma con queste tre composizioni alcuni momenti di costume e di divertimento della comunità di quel tempo.
AL CIRCO è un lungo componimento (27 ottine): il poeta entra nel tendone di un circo un po' scapestrato: la famiglia dei circensi della Bassa Veronese, clown, trapezisti, vecchi animali, numeri obsoleti e…tutta la magia che esso porta con sé. Il tema centrale è quello dell'illusione.
Ne LA GIOSTRA una giornata alla sagra di un paese della bassa. Il poeta non trascura nulla: politica, personaggi, tradizioni culinarie, abbigliamento della festa e…la giostra è il filo conduttore che chiude ogni strofa. Il giro della giostra dà il ritmo al componimento che ci restituisce un quadro prezioso di costume e di tradizione.
Il paese esce attraverso la descrizione dei suoi abitanti-caratteristici: il farmacista, il direttore monarchico, il contadino-possidente e socialista, il medico repubblicano, il sindaco e il fornaio democristiano, il campanaro improbabile che vende l'Unità e il chierichetto comunista, la comare, il becchino che fa anche l'arrotino perché in un paesino così piccolo ha poco da fare. E poi la famiglia ospite: i due vecchi, il figlio con la nuora, l'altro figlio con la fidanzata e i nipotini. Meravigliosa la descrizione del menù: tagliatelle fatte in casa coi fegatini, lesso con la pearà, frittura di fegatini e cervella, faraona arrosto ed insalata riccia, formaggio, frutta secca, frutta fresca, dolce, caffè con la grappa… e poi tutti alla giostra!
Ancora costume contadino ne EL GIORNO DE LISSIA. La fotografia di un evento: i versi sono un'esplosione di bianco e una ventata di aria fresca. Il poeta utilizza magistralmente sinestesie e metafore che ci riportano suoni, odori, sapori e colori di un tempo lontano.
COMPONIMENTI IN ITALIANO
ESTATE
Personificazione dell'Estate: donna bruna, nuda, dalle esili spalle e dal grembo adolescente stesa all'ombra delle acacie.
FORTUNALE SUL GARDA
Paesaggio lacustre.
I due componimenti in italiano, pubblicati su VITA VERONESE, sviluppano ancora temi legati alla natura. Non sono poesie di facile comprensione. I titoli fungono da preludio e da guida allo sviluppo delle strofe che seguono.
Il poeta è meno incisivo quando compone in italiano, sono meno immediate le emozioni, il verso risulta più astruso. Zanetti sceglie di comporre senza rima ed introduce arcaismi e un lessico ricercato che rivelano ancora una volta la sua cultura e la sua formazione classica.
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LA CAMPANA DE SORIO
Alti du pigni dindolando al vento
fin da distante i ne insegnava el posto:
na croce scura, come de convento,
piantada sul canton dove gh'é l'osto
stava de guardia spalacando i brassi
a una stradela streta sprofondà,
piena de buse e ancora più de sassi,
poco batuda e sensa caresà.
Soteradi lontan dai so paesi
dorme da ani anori in quel canton
ci dise frati e ci soldà francesi
de le campagne de Napoleon.
E ancora adesso in fondo a la stradela,
fresca del ventesel de la Marchesa,
na cesolina co la campanela
al par dei copi, antica come cesa
ma buteleta come architetura
incassà drento a un retaio de pra,
par che la diga: i ha sbalià misura,
ma mi no ghe n'ho colpa e resto qua.
Mi ho sempre fato e fasso la me parte:
San Piero l'é el me santo benedeto,
in regola con tute le so carte,
che l'é sta sassinà col manareto.
Scade la sagra ogni ano ai ventinove
de april e mi quel dì me vesto ben
coi primi fiori e le candele nove,
che piova o sventa o ghe sia seren.
Dai baiti sconti in fianco a sta ceseta
co la campana senza campanil
te core incontro, su la stessa arieta,
odor de mus-cio, pegore e fenil.
Vien su, lì arente, da la beverara
i bo supiando e i infila la so stala:
un polerin, che trota, salta e sbara,
se posta drio de so mama cavala.
L'ombria col sol fa i ultimi caprissi
sora i quarei del selese: la corte,
che no conose giostre nè comissi,
la se prepara a serar su le porte.
Gali e galine, faraone e piti
i é andà a mason e le fameie a sena.
L'apetito anca i mostri el fa star siti.
Se sente brontolar l'Adese in piena.
Farà na note chieta,
che il ciel s'à messo in stela:
ponsa la campanela
insima a la ceseta.
Eco alsarse la luna,
i sposi i ha ciapà el sono;
se impisola anca el nono
e el tato posà in cuna,
rosso come un magragno,
cha ha verto la manina,
sercarà dimatina
el siolotin de stagno.
I grii ne le vanese
finisse i so cantini;
i ultimi slusini
sparisse ne le sese.
Ma quela note invesse,
al tempo dei molini....
Ghe n'era ancora uno
ligado ai alsarini
e a le piante de salgar,
tegnù ligado forte
con corde e soghe intorte,
da no poder scapar.
Tri giorni de burasca
i avea ingrossà la piena:
in tuta la golena
no sponciava na frasca.
L'Adese, tuto un boio:
le nuvole, un spiansiso:
fiaco, solo, spaiso
un lumineto a oio
tremava soto un quadro
de Anime in orassion
da quando el so paron
scapà via come un ladro
col cor che se stremiva,
bianco più de spavento
che de farina, a stento
l'avea tocà la riva.
Tuto g'ha da finir;
ma el poro lumineto
restà lì par rispeto
no 'l lo volea sentir.
Volea vedar le pale
spiumar, girar le rude,
sachi su spale nude
rampegar da le scale;
e i tamisi balar
e masenar le mole
par tante e tante tole
quel pan, che fa scampar.
Lo sveia da sto insonio
du boti de campana,
che par cussì lontana
tra el ciasso e 'l pandemonio
de sta note da strie
e diaoli in concistoro;
la campana de Sorio
ghe sona le agonie.
Un par de piane grosse
taiade a Trento o a Riva,
cascade da una sata,
nodando in comitiva
con travi de ponteso,
tegnendose in meso,
fasendo altalena
soto aqua e de sora
de spala e de schena,
voltandose ancora
le avea dopià Parona
e i ponti de Verona
sicuri de rivar
de onda fino al mar
nel più calmo dei porti
senza scavalcar morti.
Un lampo che orba,
na sita che s-cioca,
'n urton de stravento:
le piane se toca
i travi i se incrosa,
confusa sta legna,
la va zo de strada,
se sbanda, se impegna
la taia a man drita,
la cresse de forsa,
la sbassa la testa,
la tol la discorsa
via verso el lumin
via contro el molin.
Bate la campanela
de Sorio un altro boto:
el lume sfrigolando
l'é ancora andà de soto;
ghe rusa atorno un poco
l'Adese colmo raso:
e sgola via un aloco,
che l'era lì dal caso.
Subito dopo, gnanca a farlo aposta,
sfondà el molin, el tempo el s'ha giustà.
Cusì l'é sempre; dopo na batosta,
gh'é quei che more e quei che tira el fià.
S'ha fermà el vento, l'aqua ha corso lissia
al so destin, come l'é sempre andà:
de la piena é restà solo na strissia
sporca de lossa, dove l'é passà.
Ma la campana, che ha dovù sonar
quei quatro boti par disperassion,
g'ha ancora in mente el vecio molinar
co i oci in fora e i brassi a pingolon.
E adesso quando l'Adese se scura,
quando che tira vento de tempesta,
sta campanela, che par so natura
se godaria sonar sempre da festa,
la sfida el temporal senza paura,
sbatocolando in ciel la so protesta.
E se anca el ton ghe fa el contraditorio
se pol sentirla a diese mia da Sorio.
E qua termina, amissi, la storiela
de un lumineto e de na campanela.
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PENDRI
A tredes'ani se rasona poco
e la vergogna la ne fa scontrosi:
ma i torti i se ricorda par un toco
e se diventa spesso parmalosi.
Se g'ha ancora el morbin, se g'ha del ciasso
e se pol anca far qualche spegasso.
Passà al Volon la tersa elementare,
Bepi Nigossa, el fiol del pescador,
dopo un par de staione a le risare
i l'ha messo a imparar el murador.
Convinto de riusirghe in sta cariera,
lu el ghe tendeva da matina a sera.
Porta su malta da sta scala drita,
porta su malta e buta su quarei,
al sabo l'era lì col mal de vita,
con tanta fame e quasi sensa schei:
ma el ghe dormiva su chieto e beato
pensando de finir l'aprendistato.
Lu l'andava d'acordo coi ansiani
e l'era fato aposta da piaseri;
e sensa furia par no far malani,
el ghe tendeva a tuti i so mestieri.
E pura el capo omeni, Sambel,
no se sa come, el l'ha ciapà in strapel.
L'era sto capo come un rangotan,
angordo e manescon de prima sfera:
a l'ultima gansega, quel vilan,
i l'ha trovà co la musassa in tera,
imbriago marso, in meso a na stradela,
impastrocià de bigoli e sardela.
L'era una bestia, e anca un poco bufo
sto trapelon de sto vecio assistente:
e a casa sua, se anca l'era stufo
el nostro Bepi g'ha mai dito gnente,
sperando sempre che sta bruta storia
de rabie e pache fusse provisoria.
El fasea presto: guarda che te spandi!
L'andava a pian: destrighete, bogon!
Le peso secie e i travesei più grandi
li compagnava lu a destinassion,
con qualche slepa de straordinario,
che lu el segnava nel so calendario.
Na matina che gh'era un ben genico
e el giasso in tera, l'è rivà in ritardo.
Girando drio le spale del nemico
credea de farla franca. Tò, bastardo.
Gh'è capità cusì la quarta sberla;
ma el g'avea torto e l'ha dovù tegnerla.
Forsa de dai l'è infin diventà frolo;
e un giorno che, sonado mesodì,
su l'armadura el s'ha trovado solo,
g'ha avù na tentassion, vedendo lì
de soto el capo omeni Sambel
fermo, col metro in man, sensa capel.
Quando i mostri a le picie no i pol darghe
che gh'è un trato fra ele massa picolo,
i se leva su in pié e a gambe larghe
i ghe mira da l'alto a perpendicolo;
se ghe dise far pendri e l'è bravura
centrar giusta na picia da sta altura.
Bepi Nigossa no l'è na canaia:
come el sia sta in quel posto, da quel'ora,
come ghe sia vegnuda in man la scaia
da far pendri, no'l sa spiegarlo ancora.
Quando l'ha visto quela macia rossa
in tuto el corpo l'ha provà una scossa.
Na macia rossa calda, su na vecia
testa pelà, che la fasea scaresse;
e sangue che colava da na recia;
e un omo, che el parea gaiardo e invesse
el cascava anca lu come na strassa,
ciamando aiuto a tuti quei che passa.
Eco quel che l'ha visto e l'ha sentio
sto buteleto stando là de sora.
De ropeton zo, via de corsa, o Dio
che baticor, che bruto quarto d'ora.
A casa el ghe l'ha avuda sta malissia,
l'è rivà prima lu de la notissia.
S'ha fato mal Sambel. Fato mal tanto?
L'è sta un quarel, no un copo, i ha ciamà el prete.
Na disgrazia, i g'ha dato l'oio santo…
conta cusì le solite stafete:
ma se anca el mondo el se tegnea securo
ch'el fusse drio morir, l'ha tegnu duro.
E Bepi intanto, verde come un biso,
con la testa sbassà fin dentro al piato,
dopo la prima cuciarà de riso
spetando de sentir: Cosa etu fato?
scolta i so veci tontonar de sfroso:
L'è un bel mestier, ma l'è pericoloso!
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EL MORTIN
Piovea quel giorno, che i l'ha portà via
ne la so cassettina
fodrà de raso
co le man frede messe in cortesia
posà co la testina
su del bombaso;
piovea quel giorno e i tati de l'asilo,
da quei più picenini
i ha sigà e pianto
che i volea compagnarlo el so Danilo,
e no i g'avea ombrelini,
al camposanto:
parché i volea saver dove i lo mete
e sentirse spiegar
sto gran mistero
se dopo morti ancora el ne permete
el signor de zugar
sul simitero.
L'è sta el papà a portar zo da la scala,
tegnendo quasi el fià,
sta cassa bianca.
Sul secondo scalin l'ha urtà na bala:
se el cor no'l gh'è scopià
poco ghe manca.
El ghe l'avea comprà par Santa Lussia
sta bala al so putin,
ch'el parea mato.
"Voieghe ben a to papà, ch'el1 strussia…"
e gh'è restà un mortin
quasi desfato.
La nona ha visto e l'è scapà in cusina,
l'è andada a sbisegar
drio a na portela
par scondar, nel canton de la vetrina,
un piatin, el cuciar,
la so scudela.
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1 "ch'el se strussia" nella versione Lavorenti Luigi.
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E'2 restà sola in camara la mama
e no la parla più,
la par de sasso:
ghe par che ancora el so mortin la ciama:
mama, tireme su,
porteme in brasso.
Che no la dorme l'è na setimana:
postada a la spaliera
del letin vudo.
La scolta l'aqua e el son de la campana,
che toca a pian, in tera,
come el veludo.
Se move el caro in meso a un pra de ombrele:
a bel belo la gente
la se fa soto:
lagrima i fiori e pianse le candele,
cascar lontan se sente
l'ultimo boto.
E intanto Begnamin, so fiol de l'osto,
saltando via le poce,
quele più grande,
el se g'ha infilà drio e l'è andà sul posto
col prete, con la croce
e le girlande.
L'ha portà a casa un fior,
come halo fato?
da metarlo davanti
al so ritrato.
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2 L'è" nella versione Lavorenti Luigi.
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EL ROSSIGNOL
Quando, tramontà el sol da qualche ora,
el bosco el trema par la so frescura
e le rame le sconde un pò de luna,
con du colpeti d'ala el rossignol
salta sul palco de na piopa pigna.
Sensa maestri e sensa professori
a lu ghe basta de compagnamento
el rumor che fa l'acqua con le fosse
e le foie che scrissola e 'l respiro,
che sa da bon, de sta gran note ciara.
Là el se comoda un poco e pò el se mola,
strucando i oci e slargando la gola.
Graspi de note in aria se spampana
come foghi de sagra, come spiansi
de fontane a colori, par magia:
oro filà, che va su in alto e sluse
e che toca le stele e torna in tera:
frase calde d'amor, sensa parole,
canto antico che l'è sempre più novo,
che ho sercà in tanti versi e che no trovo.
A sto useleto degno de la Scala,
Filamela el ghe ciama anca l'Ariosto:
l'è el soranome de na dona greca
e vol dir: amo el canto. E gh'è na storia
che a dirla la pol anca dar fastidio:
ma non l'ho inventà mi, el la conta Ovidio.
La ripeto a pianin, che no'l me senta
sto rossignol e no'l me se spaventa.
Pandione, re de Atene o quel che l'è,
g'avea do fiole, Progne e Filomela.
La prima l'ha sposà Tereo, 'naltro re,
e la gavea avù un putin. L'altra, più bela
l'è sta da maridar, no i sa parchè,
e so cugnà el s'ha inamorà de ela.
No podendo, se vede, farde sensa
el se l'ha portà via con la violensa.
Dopo sto bel servissio quel bandito,
parchè la tasa e no lo sapia Progne,
el g'ha taià la lengua. Altro delito.
La moier (ma che storia de vargogne)
l'ha scanà el fiol e l'ha ghe l'ha "imbandito
a pranzo", dise el libro. Ste carogne
i1 era d'acordo. Ma el se ne era acorto
Tereo che el g'ha nel piato so fiol morto.
Va ben che alora comandava el Fato,
ma l'era na cosa fora de misura,
no se pol combinar peso misfatto
de ridurghe cusì na creatura
a un pare, che par quanto el sia mato,
g'ha i so bravi diriti de natura.
Urlando come un lupo da la tana
el s'ha messo a sigar: qua, che la sbrana.
Le do sorele i2 era za distante.
Cori che te cori col cortel in man…
Se no li fermo tuti tri in flagrante,
pensa el fato, i me fa qualche malan.
E s'ha visto sgolar in un istante
Iti, el boceta, trasformà in fasan,
in buba Tereo, Progne in rondinela
e in rossignol che canta, Filomela.
Cosita, stando a la mitologia,
quando che no se pol in via ordinaria
giustar su na question, no gh'è altra via
de quela de mandar tuto par aria.
Ma no l'è questo el struco de la storia
che dovaria restarve in la memoria.
Invesse l'è che de sta bela fiola,
da i oci verdi e da la tressa viola,
che l'ha fato patir e che l'ha pianto,
de Filomela, resta sempre il3 canto,
canto d'amor come de vosse umana
dentro de un oselin grando na spana.
Ecolo là, inocente su la rama4;
lassemoghe finir el so programma.
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1 "Le" nella versione Lavorenti Luigi.
2 Idem come sopra.
3 "El" nella versione Lavorenti Luigi.
4 Con punto esclamativo nella versione Lavorenti Luigi.
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LA LODOLA
Quando che scopia un temporal de note
de sto formento el ghe ne fa un desìo:
che barafusa par le capolote
vignude da distante par farse el nio:
e fin a la matina
le strope dei morari,
le foie dei pomari
le trema e le sgossina.
Nugole e insoni intanto i se desfanta
portà lontan da un vento vagabondo:
tase i canai, le gronde più no le canta
al primo sol, che sveia alegro el mondo.
Finida la tompesta
no tira più quel vento
e presto anca el formento
l'indrissarà la testa.
Finestre e porte, galinari e stale,
tuto se sbarla fora al sol de maio.
Fila via i camion su la provinciale.
Su, lodola, anca ti fate coraio.
Resentà da la piova
el ciel no l'è più vero,
l'aria l'è come el vero,
l'erba la par più nova.
Gh'è atorno al campanil na nebia d'oro,
che la sconde i crepi e le magagne.
Sto vecio campanil de le campagne
sempre vestì da giorno de lavoro
in meso a na baldoria
de rosso e de turchin
e gialo canarin
ancò i l'ha messo in gloria.
Lodoleta, anca ti serca de alsarte
fin che nel nio se sugarà la paia.
Slarga la boca, come par ciamarte
na campanela, quela più canaia,
quela dei buteleti,
che un dì, ma l'era al torto,
par no sonar da morto
l'ha barufà coi preti.
Parti sicura, fa la giravolta
sora le corte dove zuga i tati,
sora i fenili, dove qualche volta
è vegnù al mondo un batalion de gati,
sui camini che fuma
de la gente che stenta
ma che sempre contenta
qua la vita consuma.
Vegnarà un dì… de st'altr'ano, al più tardi,
verso l'autuno, al tempo de le sguasse.
Spaventala da un can de quei bastardi,
nel ciel nebià, sui campi de le basse,
- no pensarghe a quel giorno -;
un sbaro, un fioco bianco
e una fita nel fianco
e tuto che va atorno.
Coi oci verti, che più no ghe vede,
con le ale strete par tegnerte el cor…
no pensarghe a quel dì, no se ghe crede
mai a la morte fin che gh'è l'amor.
Vola più in alto vola,
bati la aleta scura
e no averghe paura
se anca te resti sola.
~ o ~ o ~ o ~
PASSIÀ
L'è un fagoto de rissi moro e tondo,
con gambe, recie e naso e un par de oci,
che no capisse gnente de sto mondo
de afari, de barufe e de pastroci,
du oceti sconti, ma che vede tuto
e se te 'l guardi mal, el te dise: "Bruto!"
El trotola cusì, sensa far ciasso,
par le piasse e le strade de Verona.
Le so fadighe i è de andar a spasso
lustrà pulito e pien de roba bona.
No'l se lamenta, ma par ricompensa
el roba le bisteche in la cardensa.
El se ferma ogni tanto a curiosar
con qualche dietro-front, come par sbalio.
El tira un poco e po' el se fa tirar
fin che el se mete a passo de guinsalio.
L'è un cagneto, un leonsin, na pecorina,
secondo l'estro, quando che el camina.
Finido el giro, a casa. Sul porton
Fermi: i ghe tol la camisa de forsa.
Ringrassià con un salto el so paron,
su dale scale a drita, su de corsa.
Sensa cadena e sensa musarola
l'è un buteleto, ch'è scapà da scola.
Sto nobile persian, che no g'ha boria,
mi lo ciamo par nome e lu el se volta.
Senti, Passià, me contito na storia,
la storia de i to veci da na volta?
El bate i oci, el me slonga na sampa:
scrivi, el me dise, conferensa stampa.
Ai tempi de l'Anabasi e de Ciro,
de Artaserse, de Dario e de Cambise,
quando i omeni, in Persia, i andava in giro
con corasse de fero par camise
e le putele in prendisole e in sandali,
ma sucedeva forse manco scandali,
el bisnono dei noni de me noni,
dopo tri ani e più de can da corte,
l'è sta ciamà in cità dai so paroni
al posto de so sio vissin a morte;
un sio, che da putel l'era sta in marina
e i g'avea taià na recia a Salamina.
Scolteme ben, g'ha dito sto parente:
faghe da gnagno e te staré da papa.
Qualche vilan el gh'è fra tanta gente
che sta a palasso, ma che no te scapa
na baiada de più; no far malani
e aiuta sempre i altri pori cani.
Cusì l'ha sempre fato la me rassa,
rugolando nei secoli, cusì
in tuto el mondo l'ha segnà na trassa
de musetine more come mi,
dai campi de fenocio a Maratona
dopo le corse, ai orti de Verona.
E qua me fermo. Pace ai me antenati:
qua resto a far bao-sete a modo mio
d'inverno al fumo e in primavera ai gati.
Ti, se te piase, te pol corar drio
a un bel verso selvadego, a una rima…
ma vedaremo ci se straca prima.
Mah, vedaremo: e se el sarà destin
naremo in giro insieme, col piatin.
~ o ~ o ~ o ~
EL MANDOLAR
La stenta a far un passo
st'ano la primavera:
gh'è ancora neve in tera
gh'è ancora neve e giasso.
No la pol caminar
parché se sbrissia.
Genar l'è parso eterno,
febrar l'è sta più crudo:
el brol l'è ancora nudo
come se'l fusse inverno.
El fior del mandolar
l'è na primissia.
No'l g'ha che fiori finti
el capitel sul ponte.
Le viole le stà sconte,
se sconde anca i giassinti.
Gh'è solo el mandolar
sensa malissia
che1 a la so ora el buta le ramete
contento se anca el bate le brochete.
_____________________________
1 "Che" assente in Lavorenti Luigi.
~ o ~ o ~ o ~
IN ALTO
Spassà l'ultima vecia telarina,
ch'era impegnà sui monti del Trentin,
de april el sol va a spasso a la matina
su na strada asfaltada de turchin,
dove no gh'è cunete o paracari
e se gira de note sensa fari:
dove de note sete galinele,
che nessun mai se provarà a smarir,
passa becando in meso a tante stele,
che sbate i oci e no le pol dormir
fin che al canto del gal da la campagna
no trema la rosà su l'erba spagna.
Da qua sto mondo antico pien de crepi
e de superbia par le so cità,
el par tirado su come i presepi
de cartapesta e legno invernisà.
Pandoro, el monte Baldo co la neve
e l'Adese più largo, un fil de reve.
El lago da qua in alto l'è na sghìa
de vero, cascà in l'erba o tra el canel,
nebià de invidia e de malinconia
de no speciarlo tuto sto gran ciel,
e pura el sol, par na so usansa vecia,
el se ghe ferma in sima e el se ghe specia.
Pitari e merli, quando che i lo vede,
i se imboressa e i cominsia a cantar:
carpioni e trute i sfida infine la rede
e i slonga el muso e i lo voria ciapar;
le barchete, ligade a la banchina,
el par che dal piaser le se scunina.
Al largo, bianca va na varca a vela:
el sol ghe dà na man del so color:
d'oro slusente è deventà la tela.
Che no sia la barca de l'Amor?
Amor, che a navigar no se frastorna
e che el parte distante e dopo el torna.
Su l'alsfalto turchin ogni matina
ci sa quanti ani el sol spassesarà
e quanti basi a st'acqua verdesina,
che trema tuta, no 'l ghe mandarà.
Omeni a basso, s-ciapi de formighe
danade a strapegar le so fadighe,
sempre de pressia e tra vualtri in guera
par quela fame che spetar no pol,
guardè qua in alto: su la nostra tera
ride par tuti l'alegria del sol:
cità, paesi e monti in lontananza,
prà, campi e boschi verdi de speransa.
~ o ~ o ~ o ~
AL CIRCO
Come al solito, i vien da qualche fiera,
no so se da Cerea o da Bovolon.
I è capitadi qua giovedi sera,
ieri matina gh'era su el tendon
e ancò i andava in giro in giardiniera
con la corneta, i piati e el tamburon
par ciamar gente in strada o a le finestre
a le oto e mesa tuti al circo equestre1.
Se sa che i g'ha du toni, el Grata e el Fiaca,
che i se sgogna i se sberla i casca i sguissa,
e du cavai par la cavalerisssa,
un trapessista, che el va su, el se taca
e a pingolon el tira su la Rissa,
na moretona grassa e un poco sorda,
che dopo la 2fa esercissi su la corda.
Quel dai salti mortai, che el salta sete
careghe messe in fila e na carossa,
done in lustrini, omeni in braghete,
el diretor co la giacheta rossa,
quel dai timpani, in cana e con le ghete,
un nano sgherlo da la testa grossa,
un can maestrà col tabarin de gala,
na balerina, che l'è na farfala.
E no l'è tuta qua la compagnia:
ghe n'è a soldà e ghe n'è ancora in cuna,
sensa contar i veci. Lu, n'ombria
quando el sia nato no lo sa nissuna,
ela, più in gamba; ma la par na stria
de quele, che te lese la fortuna,
con sempre fora dal fassol na cioca
de cavei bianchi e con la pipa in boca.
Femo du passi, se no ve dispiase,
anca noialtri in piassa, a dar n'ocià?
Che sera chieta; tuto intorno tase:
la cupola del circo, sagomà
alta su l'ombra de ste vecie case,
me dà l'idea d'un castel incantà
fato de aria, fabricà da un mago
sensa malta o quarei né squadra o spago.
Ah, se sto mondo el fusse un bel insonio
fato de gnente, come sto tendon;
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1 Fra virgolette in Lavorenti Luigi.
2 Solo in Lavorenti Luigi.
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o se ghe fusse un po' de comprendonio
de capir che l'è tuta un'ilusion,
no i vendaria più l'anima al demonio
par rabia, invidia o pur par ambission;
ma, lo savì, la gente no rasona
e a parlarghe così la te minciona.
Fin che son lì, inmamà fra tera e ciel
in fondo al circo una tenda se sbarla.
S-cioca na scuria, sona un campanel.
Nessun se move più e nessuno parla.
E' entrà un caval in pista, quel morel,
trotando adagio, come par tastarla.
El Fiaca el va par taiarghe la strada
ma el casca in tera e scopia na ridada.
Se capisse che gente ghe n'è tanta.
Provemo a sminciar dentro da un sbaceto:
gh'è tuto pien nei posti da sinquanta
e no se trova un cantonsin discreto
gnanca nei primi. "Siori, i se descanta"
fa la cassiera e la ne da el bilieto
e la sganassa, ma a lo so maniera
scorlando i brassi, el sen e la dentiera.
S-cioca la scuria. Un'altra sbara; e tre,
ancora una, l'ultima che resta.
Forsa, morel de gran galoppo, alè;
l'è la più alta… scavalcà anca questa.
Taca la marcia, quela che te sé
i la sona par ti, par farte festa.
Ti fin che i mostri batarà le mane,
fila contento drio le caravane.
Sora le nostre teste un'altalena
de spranghe e fili e ganci e de tiranti
se incrosa, se ingarbuia se incadena.
L'è el numaro dei Omeni Volanti,
che i se buta, i se volta, i se remena
el par che i casca indrio e i vien zo davanti,
tacandose a un sogheto, a un gropo, a un'asta,
fin che la gente non la ghe siga: basta!
Intanto che i artisti i se prepara
par la seconda parte del programa
e i toni i fa la solita cagnara
e el publico el pestesa, l'urta, el ciama,
n'ometo magro con la caveiara
d'argento, che g'ha ancora qualche fiama
rosso panocia, sono la caneta,
el se ferma lì in meso e calmo el speta.
Cominsia a star più atenti i buteleti,
oto e due diese, vinti, trentadu…
el mete a posto stricole e legneti
su un tavolin, ch'i ha parecià par lu,
po' el toca i tasti con du marteleti,
du matrteleti, che i g'ha sta virtù
de far sentir, secondo che i se dopara,
cansone de San Remo o pessi d'opara.
A poco a poco el ciasso el va calando;
la gente se fa segno e i parla a pian.
I du martei i se core drio saltando
come galeti che becola el gran,
e i manda un son, che me ricorda quando
le vigilie de sagra, da lontan,
in qualche sera chieta come questa
portava el vento un campanò da festa.
Sto ometo magro da le scarpe rote
la musica l'è tuto quel che el g'ha
e el la spampana in aria ne le note,
butando fora tuto quel che el sa.
Dove andrà a finir, dopo, ste note?
Qualcuna forsi restarà impegnà
soto el tendon : par quel quando i despianta
el circo i sente qualche fil che canta.
I posa in tera un trampolin e i tira
na corda; fa qualcosa anca i paiassi.
La banda ghe dà dentro a tuta bira.
Un drio l'altro, svelti, vinti passi
de discorsa e su in aria. I se regira
e i casca driti in pié sui stramassi.
Sento che i dise che i è proprio brai
sti pischerli, che i fa i salti mortai.
Ma i mostri: e la carossa, i ghe dimanda.
El diretor, che l'ha capì, el se volta
e con na man "silensio" el fa, a la banda:
Signori; el dise al publico che ascolta,
la nostra compagnia si raccomanda
al buon cuore del paese anche stavolta.
Ce ne vuol tanti per pagar le spese
e si lavora solo qualche mese.
Po' el conta che st'inverno l'è andà mal;
mai passado un inverno tanto bruto.
La moier quatro mesi a l'ospedal
e gnanca adesso l'è guaria del tuto.
Cascà sul giasso, s'ha sopà un caval…
E che la compagnia no g'ha altro aiuto
fora dei brassi e pur la fa progressi
e la tien duro e no l'aumenta i pressi.
Lavorar: no g'avemo altra pretesa…
E diman, dopia rappresentassione,
la prima apena i ha finio in Cesa
verso l e quatro, dopo le funsione;
e l'altra, come sempre, a le oto e mesa
con importanti numari e atrassione,
salto de la carossa, pantomima.
E adesso, largo, vien la Signorina.
Fin che me volto e guado dove l'è
me sento ciciolar un "grassie a lei".
La Rissa la me slonga el cabarè
e la me ride, ma la tende ai schei.
Ghe scopia de salute el decoltè;
scura de pele e mora de cavei,
drita de gambe e tonda de zenocio,
gnente ghe manca par contentar l'ocio.
Un campanel ancora e na scuriada,
e me par de sentir na sonaiera
che avansa da lontan, da qualche strada
bianca ancora del sol prima de sera
tra paracari e platani incastrada,
e campi verdi e udor de primavera.
E invesse comparir vedo, de onda,
montà a caval la balarina bionda.
No se ghe pol cambiar de tinta ai fiori,
né piturar le ale a na farfala.
Lassemoghe a sta bionda i so colori;
gnente spiansi del luce rossa o giala,
né lampade da cine o rifletori.
Con l'oro, che ghe casca su la spala
con quela pel, che par de mandolato,
gh'è solo in qualche cesa el so ritrato.
Dove vetu, caval, cusì de corsa
sensa speroni al fianco e sensa sela
su quele seghe stupite, che smorsa
la musica del troto, tanto bela.
Lustrado e tutto fogo e pien de forsa,
dove vetu, caval, co sta putela?
Come so mama la portava in brasso
su la me schena mi la porto a spasso.
Subito sento quando la me manca,
se ben la pol pesar come na foia;
se no la me toca la scarpina bianca
de andar intorno me va via la voia.
La me da il sucarin e la me branca
par le recie, ma mai che la me imbroia,
come che ha fato l'altra sera el Grata
col refilarme na castagna mata.
Rugolar sul caval, restar sospesa
sora la gropa con na capriola,
ricamar l'aria cò la man destesa,
in equilibrio su na gamba sola,
col so coraio e altro, par difesa,
sensa una smorfia, un sigo, una parola;
così l'ho vista e no l'ho vista in viso,
passar davanti a mi in un spiansiso.
Ociade carghe de malissia umana
ghe core incontro col fusil da cacia.
Le va così le rondene, a una spana
da tera quando el temporal minacia.
Sta rondenina de la caravana
me provarò anca mi a guardar in facia.
Eco, la torna: l'è l'ultimo giro:
passarme arente sento el so respiro.
Passarme arente vedo i oci neri
fissi lontan in serca de distanse,
par dove è za partidi i so pensieri,
de paesi de palme e de naranse,
dove l'amor el sconde i so misteri
dentro a palassi da dosento stanse,
dove no se conosse quel che sia
sta eterne fame e sta malinconia.
Le ultime mosse e le ultime batude
Se perde nel bacan, che fa la banda.
Truchi, lustrini, gambe nude
me bala nel servel la sarabanda.
Scavalco via anca mi le banche vude,
visto che tuti i taia, i va, i se sbanda,
e me fermo un istante su la porta.
La luna in ciel la par na cosa morta.
~ o ~ o ~ o ~
LA GIOSTRA
Gira la giostra gira, la va de giorno
lustra de franze e speci e de perline;
gira la giostra e la va sempre a torno
anca de note co le lampadine;
ma la se fermarà
dopo de aver girà.
I m'ha invidà a la sagra zo a le basse,
in un paese che no g'ha coriera,
dove no gh'è esator, parché le tasse
le paga el Municipio e bona sera.
La giostra l'ho incontrà
in quel paese là.
In quel paese gh'è na farmacia;
el diretor, che l'è un meridionale
el vota sempre par la monarchia
d'acordo col partito liberale:
e el vende anca el mistrà.
La giostra gira e va.
Là 'l più grosso bacan l'è un socialista,
el dotor, da Forlì, republican;
e gh'è 'n abreo, che l'è stà messo in lista
col sindaco, un pistor democristian.
La giostra la fa el bis:
ghe n'è anca du del Mis.
Là el capo comunista el serve messa
el campanar el vende l'Unità:
qualunque stramberia là l'è permessa
parché semo lontan da la cità.
Gira la giostra gira,
anca se te fa spira.
Che fa i afari là gh'è un sgrafacarte,
dal nodar i ghe va par le volture:
fin ch'el dotor l'è drio zugar le carte,
gh'è la comare, che fa le punture.
La giostra andarà atorno
infin a mesogiorno.
Là i marcia quasi tuti in motoreta,
in machina va i siori e anca i pitocchi:
se insegna anca el bechin, che el fa el moleta
se no col so mestier el saria in tochi
par quel che gh'è da far.
La giostra seita andar.
Là le putele se marida tardi
parché le vol che i fioi ghe porta el masso;
e se anca i ciapa spesso dei bastardi
no ghe ne importa proprio un cadenasso.
La giostra la va ancora
par 'n altro quarto d'ora.
L'è meio intanto che se vissinemo
a la casa de quei che m'ha invidà.
Ecola: postà al becar, ghe semo.
Con parmesso. Gh'è anca parecià.
Bravo, i gh'è tuti quanti:
el se comoda avanti.
Lu qua. Lo meto arente a la me sposa.
Là el nono, de rimpeto a me madona:
lì ghe stà Bepi con la so morosa,
e i buteleti in fondo, co la nona.
La giostra s'ha fermà:
l'è mesodì passà.
Vien la supiera de le paparele
coi figadini, giale, fate in casa.
Tanto da comodarse le buele.
'N altro manestro? Basta. El magna e 'l tasa,
se no, el lo sa, me rabio…
El sentirà che scabio.
Subito dopo, el manzo a lesse el pito,
la lingua salmistrà, spinassi, cren,
pearà. Cosa ghe par? Massa pulito:
el toga questo se el vol magnar ben.
Soto, col piato, soto.
El tira zo sto aloto.
Gor gor, i fiaschi. El vecio a testa bassa
el dise su de tuti sti partiti.
Gnancora - el dise, e fin ch'el parla el biassa -
No i m'ha pagà la polissa de Niti.
Se anca l'é pien de schei,
lu el tiraria anca quei.
Come vala? i domanda: come un papa.
Ognun vol dir la sua, tuti i se move.
I putini i pestesa che ghe scapa.
… de no sporcarve le scarpine nove:
sì là in fondo a la stala
e atenti a la cavala.
Da un sbacio de la porta a stussegarne
vien vanti 'l profumin de la fritura
figà e servei. E dopo ancora carne
de faraona fasanada e scura,
con la salada rissa,
che Dio ve benedissa.
E formaio de grana e de Mental,
datoli, nose galetine olane;
de pomi po' ghe 'n sarà stà un minal,
naranse, mandarini e infin banane
e dopo, co le torte,
botilie de do sorte.
Vol-lo un gossin de graspa nel café?
L'ha fato penitenza a casa nostra.
Vol-lo butarse un poco? I é le tre…
Ma in quel momento s'ha sveià la giostra
e via a la disperata
al son de la traviata.
Libiam nei lieti calici… un momento,
che i salta su e che i se taca streti.
Sui cavalini che pessata el vento
eco passar de corsa i buteleti;
drio, in carossina, i sposi
i me par du morosi.
El Trovator, el Valser su le onde.
E la giostra la va che la consola.
Da l'altra parte, al Cine, ghe risponde
Papaveri e Colomba bianca vola,
coi ciochi, se no sbalio,
del tiro del bersalio.
Organeto, campane, altoparlante
trombete, s-ciochi: co sta sinfonia
vegnaria voia de scapar distante,
ma l'è la sagra e stemo in compagnia
fin che in la piassa granda
no sonarà la banda.
Fin che da drio del brol de l'arsiprete,
scusandose che no le pol spetar,
no scapa via fis-ciando le coete
e la se ferma in ciel a spampanar
strisse d'argento e fiori
che i scopia da par lori.
Trota la cavalina su la strada
recamà da le ombrie che fa la luna.
Fameia grossa, gente abituada
a la bona, nei campi. Par fortuna
ne basta la salute
e un poche de valute.
Cusì a la sagra par ringrassiamento
invidemo i parenti e qualche amigo.
Speremo che anca lu el sia stà contento:
però è mancà na cosa e ghe la digo;
nel bel che l'era coto
el codegnin s'ha roto.
Che chiete intorno e che seren su in alto.
La giostra intona l'ultima canson.
Trota la cavalina su l'asfalto
de la strada, che porta a la stassion.
Che bona gente in fondo
gh'è ancora qua a sto mondo.
~ o ~ o ~ o ~
EL GIORNO DE LISSIA
I
Primavera l'ha spalancà le porte.
Se cucia su la gronda i passaroti
a spiar sto gran fogo de canoti
soto un parol che sfrotola zo in corte.
Soto un parol de quei spetacolosi,
che ghe fa mal i brassi a ci lo missia
e i lo adopara solo par la lissia
e par farghe el risoto el dì dei sposi.
Primavera spalanca ogni finestra.
Gh'è pronta in un canton la biancaria,
se vede in mota sora na scansia
goti, scudele e piati da minestra.
No gh'è tempo; ocio ai mostri, fute al gato.
Linsoi de lin ancora de la nona,
fasse da tati e camise da dona
nel lissiasso, che lava ogni pecato,
se scrivoltola e gira. Su na banca
aspeta le tovaie e i sugamani
bandiere vecie, che g'ha quarant'ani;
e va su in ciel na nuvoletta bianca.
II
Fin che se suga al sol d'april e al vento
pontenà ben da tanto che la pesa
tutta sta lissia candida destesa
su la piassa, che par 'n accampamento
nel forno, dove l'ultimo canoto
brusa la so ilusion de star al mondo,
se va indorando sfragolo e rotondo
quel dolce casalin che l'è el schissoto.
Polenta missià su con la farina,
onto de codeghin, grani d'ua passa,
e sucaro e na presa de sal fina,
cusì el va fato. G'ha pensà la sposa
a impastarlo, finido de traer sora,
salda de gambe, e sbassolada fora,
fresca la boca, che la par na rosa.
III
Col can in testa, che ha voltà canton,
baiando come a dir: ariva i nostri,
eco spontar da la stradela i mostri
rossi invasadi e ancora in confusion
par la batalia del l'ultimo gol.
Un friso in tera ha funsionà da rete
e da porta du muci de giachete,
nel retaio de vegro in fondo al brol.
I vien vanti sigando e i se sburtona:
ma adesso basta. Su la tola neta
fuma par tuti la so brava feta,
che a far le parte g'ha pensà la nona.
~ o ~ o ~ o ~
ESTATE
Qui t'apparti, nell'ora meridiana,
all'ombra delle acacie, che avviluppa
l'esili spalle e il grembo adolescente,
o tutta bruna, quasi nuda e casta.
Arde nel cielo la costellazione
del solleone con barbagli e fiamme:
han tregua le cicale infisse ai rami;
e volge stanco, giù verso il villaggio
di pioppi e di capanne, il vecchio fiume.
Niun borbottio di barche o rematori;
naviga solo su l'abbacinata
striscia d'argento il bianco sandolino
de' tuoi pensieri fatui, verso il mare. 1
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1 Vita Veronese – anno V – Agosto 1952 – n. 8).
~ o ~ o ~ o ~
FORTUNALE SUL GARDA
Abbrividisce il tramonto.
Le barche s'affrettano al porto;
obliqua sferza la pioggia
questa fuga di strade senza suono:
e il migrar de le folaghe
e il panico dei colchici
e il pianto degli ulivi a la collina
la folgore rischiara.
Addenta il lago l'ultime luci;
montano opachi volumi
nel cielo sommerso, delirano
di schianti le rive.
Promessa di stelle e di canti
Non ride a' tuoi occhi bistrati.
Sepolcrali candori
illumina la candela
e regnano ombre.
Raggriccia il lino sotto
i calici sanguigni.
O pendula dal tralcio
voluttuosa preda,
tiepida quale il passero
di Lesbia a le tue mani.
Catene scuote il turbine.
S'accovaccia nel nido
desolata si stringe
Adelaide: s'aggancia
a la sua torre, a cogliere
l'urlo de la tempesta
da lei gridato al secolo.
Forse che una campana
da la Rocca, tra breve,
rincuorerà l'attesa
e una bianca teoria
d'organi sperderà
la tregenda, che sfiora
tue gote senza gioia
e piegherà in ginocchio
gli inutili peccati?
Lontan da 'l tronfio amasio
a la chioma corvina
forse che darà cenere
Domani il vento? 1
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1 VITA VERONESE – Anno VI – Agosto 1953 – n. 8.
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